i titoli di coda e la cultura assicurativa italiana

Vedevo un film, l’altra sera. Un bel film inglese del 2010 che consiglio: Another year di Mike Leigh (tra i meriti la performance di un attore, che, sebbene potteriano, non delude mai: Jim Broadbent).

Ruth Sheen e Jim Broadbent in una scena di Another Year

Ruth Sheen e Jim Broadbent in una scena di Another Year

La cosa merita menzione in questo luogo virtuale perché, intenzionato a identificare attori e realizzatori della pellicola, sul finale mi sono sorbito i titoli di coda. E con sorpresa ho scoperto che in posizione di rigore – come dire dopo cast e regia, ma prima di luci, assistenti e parrucchieri – veniva scritto:

Insurance
AON

seguito dai nomi di chi – nell’ambito del broker – aveva lavorato per ottimizzare, personalizzare, rendere operativo ed eseguire il programma assicurativo multirischi della produzione cinematografica.

Questa citazione è poca cosa, forse, ma io ne offro una lettura particolare, al negativo.

Perché non mi è mai capitato di osservare menzioni simili su pellicole italiane. Potrei sbagliarmi, per carità: anch’io come tutti, finito il film, non mi soffermo quasi mai sul corpo 4 dei titoli finali che scorrono a velocità subliminale. Forse l’immarcescibile Cinesicurtà trova spazio nel montaggio.
Ma ho la presunzione di affermare che se il riconoscimento assicurativo fosse stato di regola in testa, come accade nel Regno Unito, beh, prima o poi me ne sarei accorto…

Questo riconoscimento e la sua posizione nei titoli di coda dei film inglesi sono una spia sociologica. Ci dicono che Oltremanica il contributo dell’assicuratore (nel nostro caso dell’intermediario broker) e, umanizzando il concetto, dei suoi collaboratori che si sono spesi per la copertura, è tenuto in una considerazione speciale.

La questione è culturale.
Che lo Stivale difetti di cultura assicurativa ce lo sentiamo dire da sempre.
E’ questo un male in termini assoluti?
Dal mio punto di vista la risposta (scontata) è sì e non perché i nostri concittadini che si rivolgono al mercato assicurativo privato debbano acquistare necessariamente di più, ma perché nel loro stesso interesse dovrebbero acquistare meglio. Anche se in tempi di crisi acquistare è comunque un lusso.
A spiegare questa assenza di cultura concorrono fattori diversi, ma uno è principe: la diffusa percezione negativa che il nostro connazionale ha del mondo delle assicurazioni.

Investighiamo l’assicurativo-fobia.

Zitto e prendi 'sti soldi!

Sta’ zitto e prendi ‘sti soldi!

  1. C’è una concausa di settore che travalica dinamiche italiane. In assicurazione paghi subito per qualcosa che forse non avrai mai, anzi che ti auguri di non avere mai: un indennizzo. L’inversione del ciclo produttivo che accomuna imprese di assicurazione e banche, non facilita le cose quindi: la sensazione forse poco latente di ogni assicurato che non subisce sinistri è che ha speso i denari del premio a vuoto. Con ciò rafforzandosi di anno assicurativo in anno assicurativo nella convinzione che non solo ha decurtato il suo prezioso reddito per qualcosa che non gli è servito, ma che tutto sommato chi gli vende la promessa di un risarcimento non è un vero e proprio galantuomo. Il nostro assicurato è gradualmente indotto a pensare infatti che quella grande e complessa organizzazione, spesso disumana e siderale, che è la compagnia, sapeva, anzi ha sempre saputo, che lui di sinistri non ne avrebbe subiti…
  2. Connessa con l’inversione c’è poi una motivazione buro-tecnica: i tempi di liquidazione dei sinistri. Sono il moloch degli assicuratori e lo sono giustamente. E’ sull’epifanico evento sinistroso che l’assicurato misura l’opportunità dei premi fino ad allora pagati. E la sua stima non è astratta, ma scadenzata dal cronometro dei tempi di pagamento dell’indennizzo. Se ciò è vero ovunque, da noi le lunghe attese sono motivo di insoddisfazione difficilmente componibile: così la pensano i broker intervistati da Meta Research per il Giornale delle Assicurazioni.
  3. Direi poi che l’obbligatorietà – in generale – non vada ascritta tra le cose che piacciono ai più. L’obbligo è il contrario della libertà, tanto più odioso, quanto più implica una compressione della autonomia individuale. E il pagamento di un premio per la copertura rc auto – ad esempio – è esattamente questo: una riduzione costrittiva del reddito dell’obbligato, quindi della sua libertà di disporre della ricchezza prodotta con fatica. Mettici che la rc auto è ramo trainante e il binomio “assicurazione = tassa” è certo.
  4. Passando a qualche fattore tutto nostrano, non trascurerei la scaramanzia che ci fa allontanare – e rifiutare – con gesto apotropaico e superficiale ogni discorso serio su traversie e difficoltà della vita, affrontabili e superabili anche utilizzando un contratto di assicurazione. Per non tralasciare il fatalismo, padre di ogni inedia e figlio di un dio che decide per noi e ci deresponsabilizza, che ci fa accettare supinamente tutto e programmare niente.
  5. In ultimo luogo – certamente non in ordine di importanza – il familismo amorale di Banfield sembra continuare a strozzare in culla sviluppi economici e progressi civili che esulano dal nucleo, unico alveo in cui si consuma e si risolve qualsiasi dinamica sociale, unico italico scudo contro la crisi.

Tutto questo contribuisce forse a rendere ragione dell’aura negativa che circonda il settore.
E le imprese, gli attori più coinvolti in questo dramma, che fanno per contrastare il fenomeno? A modo loro rispondono. Puntano – dice Capgemini:

  • sulla multicanalità, sui social e sul marketing online
  • sulla customer experience
  • sul rafforzamento del brand.

Insomma sul sembrare e non sull’essere, in perfetta sintonia con questi tempi da millennials in cui le relazioni si consumano più superficialmente e senza aggregazione dietro gli schermi touch dei nostri smartphone.
Sui quali è certo che non vedremo titoli di coda gratificanti per l’assicuratore italiano.

Pier Luca Ciangottini
l.ciangottini@gmail.com

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Disintermediamo o no?

Disintermediazione.
Il nuovo (?) mantra della rete, lascia ancora molti un po’ basiti: che vuol dire esattamente disintermediazione? Termine alquanto ostile. Troppe sillabe per significare un concetto economico facile: il taglio dei meddlemen. Nonostante la lunghezza cacofonica della parola, infatti, in economia disintermediation indica, con facilità di comprensione, la rimozione di intermediari nella supply chain.

Intermediario in caduta libera

Intermediario in caduta libera

Conseguenza: l’accorciamento della catena del valore che va dal fornitore della materia prima al compratore/utente finale, con ovvie ricadute positive sui costi della distribuzione.

Tutto qui? Beh, no.

La disintermediazione ha implicazioni importanti e molti riflessi.
Se ne parla infatti a proposito di media, quando si intravede un mondo digitale, multimediale, accessibile e flessibile in cui ciascuno è al contempo creatore e fruitore di contenuti. In modo tale che tutti saremo in grado di farci il nostro bel personal medium da soli. Il massmediologo si interessa di disintermediazione anche quando rispolvera l’agenda setting e guarda con favore al giornalismo cittadino (citizen journalism), ai social e ai blog di informazione alternativa.
Ne parlano gli albergatori, convinti di poter far fuori le agenzie di viaggi.
Nella Silicon Valley (e da lì in tutto il mondo) se ne è parlato tanto quando Loyal3 ha sconvolto il mercato azionario democratizzando l’acquisto mobiliare. Come? Portandolo sui social network, naturalmente.
Un ebook non è forse disintermediarizzante? Chi ne acquista uno non sta segando i taglialegna, i produttori di cellulosa, la cartiera, il tipografo e il bibliotecario? Non sta, in altre parole, ridisegnando – accorciandola – la catena editoriale?
Scaricarsi un mp3 (anche pagandolo, per carità!) vuol dire tagliare fuori i negozi di dischi.
E, parlando di social lending, chi ottiene un prestito peer to peer su Zopa (ora Smartika), elimina l’intermediario finanziario.
C’è la disintermediazione politica, chiamata in causa quando la manus publica deve arretrare dopo aver creato infrastrutture per il capitale privato. La si può anche tradire, la disintermediazione politica dico, e con lei niente di meno che la democrazia diretta. Avviene, infatti, se si propone un disegno di legge per la riforma dell’italico Senato in cui, di 148 senatori, 100 sono nominati da organi politici (sindaci, consigli regionali, Quirinale).
Disintermediazione, poi, si declina insieme agli aggettivi “bancario”, “creditizio”, “sociale” e naturalmente “assicurativo”.

E qui il discorso si complica.
Si finisce col parlare della deontologia dell’agente, delle strategie di gestione dell’agenzia, del suo ruolo, ora consulenziale, ora amicale, ora in conflitto di interesse, ora mono, ora pluri… Lasciamoci tutto questo alle spalle e facciamo solo qualche considerazione laterale.

  1. La disintermediazione assicurativa – come la si intende comunemente – è un fatto: dalla stipulazione di contratti infortuni in tabaccheria, alle telefoniche con catalogo extra-auto sempre più ampio, fino alla rivoluzione smart-phone (con cui si può pure istruire il sinistro) che dà corpo alla creatività di un consumatore sempre meno prevedibile, i canali distributivi tradizionali sono assediati e soccombenti.
  2. Il ruolo dell’intermediario è da ridisegnare, ma non punterei sulla sua capacità consulenziale a fronte dell’incontrovertibile fatto che il prodotto assicurativo richiede competenze interpretative che il cliente retail non può vantare. Il futuro è nella semplificazione del prodotto e nel conseguente assottigliamento del valore della consulenza. Perciò punterei sulla sua capacità di procacciarsi clienti particolari, non più individuali, ma collettivi ad esempio, e con bisogni assicurativi espressi, maturi e complessi. Punterei – che so – sulla sua capacità di piazzamento del rischio cyber per una azienda editoriale, piuttosto che sulle globali fabbricato, insomma. Per l’intermediario mi immagino un futuro da broker più che da agente.
  3. Definiamolo meglio questo concetto di disintermediazione. La disintermediazione in atto nel settore assicurativo riguarda gli agenti. In generale la disintermediazione è spesso la sostituzione di una moltitudine organizzata di piccoli intermediari con un solo grande intermediario che gode di una posizione predominante nel nuovo ambito distributivo (o che detiene un vantaggio tecnologico, che è uguale): sarà Trivago a spazzare via le agenzie di viaggio, non le tante pensioni Miramare col loro sito web statico. Parimenti se Google approccerà il mercato assicurativo, diverrà il nuovo intermediario globale che decreterà la fine di tutti noi, ma non dell’intermediazione tout court. Gli aggregatori non sono forse un altro tipo di intermediario?
  4. Da quasiasi punto la si voglia vedere, disintermediazione non vuol dire più democrazia, più scelta, pluralismo. Può rappresentare – forse e non per sempre – un vantaggio per il cliente finale. Ma c’è sempre in agguato il rischio della concentrazione distributiva nelle mani di uno (o di pochi), con annesse dinamiche non liberali e poco vantaggiose per il cliente finale. Per tutto questo l’intermediazione andrebbe considerata per quello che è e che è stata: un fattore di stabilità e di gradualità (penso a quella pubblica), di crescita culturale e sociale.

Pier Luca Ciangottini
l.ciangottini@gmail.com

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La casa di vetro e la cappa di piombo

Quando si parla del futuro del web e quindi del nostro futuro tout court è facile notare una netta linea divisoria tra ottimisti e pessimisti.

Due scuole, due mentalità si oppongono sul tema del tempo digitale che verrà. Li chiameremo panglossisti e splengeriani, perché, in ambito filosofico,

  • Gottfried Wilhelm von Leibniz, grazie soprattutto alla parodia candidiana di Voltaire divenuta antonomasia (panglossismo), rappresenta quell’ottimismo un po’ incosciente che rasserena gli animi e
  • Oswald Spengler ha rappresentato il pessimismo senza appello di chi (quasi) non vede futuro.
Gottfried Wilhelm von Leibniz

Gottfried Wilhelm von Leibniz

Il re dei panglossisti è Derrick De Kerckhove, insigne sociologo epigono di Mac Luhan. Semplificando molto, lo scenario fututologico che dipinge ha colori pastello e tratti larghi. In una recente intervista, infatti, immagina un mondo sociale fortemente interconnesso in cui l’accesso alle informazioni, a tutte le informazioni, è totale, sempre disponibile e sempre completo. La sua è una società che si aggrega sulla base di un rinnovato spirito comunitario (tribù) in cui idem sentire, comunione di interessi e intenti ridisegnano in tutte le direzioni possibili l’identità di una molteplicità plastica di gruppi e individui diversi.

Il pluralismo è fatto salvo dalle tribù, la democrazia (anche se rifiuta questo termine ancora troppo carico di sottesi ottocenteschi) è garantita dalle informazioni rese disponibili subito a tutti in modo vieppiù trasparente.

Sì, la trasparenza è il tema.
Per De Kerckhove è cosa digitalmente certa. Ed è la base del nostro futuro di uomini sociali.

Ma ho qualche dubbio spengleriano che la trasparenza sia – da sola – veramente fondante.

Oswald Spengler

Oswald Spengler

Per cominciare c’è un pieno cerebrale di informazioni che ciascuno di noi raggiunge, oltre il quale si fa angusto lo spazio per trattenere nuovi dati transeunti come quelli di cronaca e lo sa bene chi governa i media.
Avere troppe informazioni, senza elaborazioni stratificate, senza storicizzazione contestuale, senza riflessione collettiva, equivale a non averne affatto.

Inoltre la memoria sociale è infantile: è a breve. Quando negli Stati Uniti vengono desecretati dopo decenni scottanti documenti diplomatici che dimostrano l’aggressività e lo spirito manipolatore senza appello della politica estera a stelle e strisce – ad esempio nei confronti degli stati latini del cortile americano – non è che la cosa produca rivoluzioni, ecco. Semplicemente non se ne parla o la cosa non interessa più nessuno. E’ passato troppo tempo e per una canzonatoria ironia sociale, neanche l’erede politico di scelte scellerate ne paga lo scotto elettorale dinnanzi all’opinione pubblica.

Seppure troviamo lo spazio mentale per trattenere dati, per quanto immersi in una schiavitù quotidiana che plasma sul qui e adesso i nostri corpi e le nostre menti, c’è un altro passo da compiere perché la trasparenza sia concreta: agire per ripristinare le storture, le trame, gli interessi di parte. Sapere chi ha vinto l’appalto per la manutenzione cittadina, quando vediamo chi scava una buca per terra, come esemplifica De Kerckhove, non ci renderà più giusti e liberi se non abbiamo gli strumenti per sottrargli la commessa quando l’ha estorta truccando la gara. Non solo sapere ma anche agire, quindi, in un binomio in cui il primo termine non produce equità se non affiancato dal secondo che da solo è arbitrio, vuoto pragmatismo, esercizio di potere.

La strombazzata trasparenza ci pare offuscata da una pesante cappa di piombo.
Nel nostro piccolo mondo dei servizi finanziari, quanti di noi trattengono i dettagli dell’affaire UnipoSAI?
Quanti lo faranno fino a fine Ottobre?
Quanti non dimenticheranno lo scandalo Carige?
Chi pensa veramente che nel prossimo futuro digitale avrà a disposizione leve più efficaci per cambiare queste cose?

Pier Luca Ciangottini
l.ciangottini@gmail.com

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